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Quali informazioni raccoglie WhatsApp su di te

Quali informazioni raccoglie WhatsApp su di te
SmartWorld team
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L’incipit del Regolamento europeo sulla Protezione dei Dati Personali, conosciuto anche sotto l’acronimo di GDPR, è così chiaro da non lasciar spazio ad interpretazioni: le piatteforme e i servizi online devono consentire agli utenti il pieno accesso a tutte le informazioni che li riguardano. E come i social network, anche WhatsApp deve sottostare ad un tale obbligo. Proprio il celebre servizio di messaggistica istantanea è suo malgrado finito a inizio anno al centro di una vorticosa polemica senza precedenti per via dell’introduzione delle nuove privacy policy e soltanto di recente ha deciso di ammorbidire la propria posizione assunta in materia.

Come sapere cosa WhatsApp sa di noi

Nella sezione Richiedi informazioni account sarà possibile effettuare la richiesta a WhatsApp; nella stessa sezione potremo scaricare il rapporto ed eliminarlo

Nella sezione Richiedi informazioni account sarà possibile effettuare la richiesta a WhatsApp; nella stessa sezione potremo scaricare il rapporto ed eliminarlo

Scoprire quali sono i dati che WhatsApp raccoglie su di noi è per fortuna molto semplice e la relativa procedura, per quanto nascosta dentro i meandri delle impostazioni dell’app, comporterà giusto una manciata di tap sul display dello smartphone. Vediamo come fare.

In primo luogo, basterà aprire l’applicazione di messaggistica istantanea, premere sui tre pallini in alto a destra e dirigersi all’interno delle impostazioni. Nella nuova schermata, si dovrà tappare su Account e toccare la voce Richiedi informazioni sull’account, quindi cliccare infine su Richiedi rapporto attività. 

A questo punto, sarà soltanto questione di tempo.

WhatsApp impiegherà circa tre giorni per elaborare la richiesta e un’apposita notifica ci informerà che il documento è finalmente a nostra disposizione. Sarà quindi sufficiente ripetere i passaggi illustrati prima per scaricare sul nostro smartphone Android o iOS la fatidica risorsa condivisa dall’app in formato Zip; come precisato inoltre dalla stessa applicazione, l’utente avrà a disposizione “alcune settimane di tempo” per eseguire il download dell’archivio, che potrà poi essere cancellato definitivamente mediante l’apposito comando “Elimina rapporto”. Nella barra delle condivisioni, si potrà anche scegliere di condividere la risorsa con altre app: ad esempio, si potrà allegarla ad una mail così da aprire comodamente il rapporto su PC.

I dati degli utenti raccolti da WhatsApp

All’interno della cartella sono presenti due file: un file HTML, da consultare mediante un qualsiasi browser, e un file JavaScript Object Notation (JSON), per il trasferimento delle informazioni in esso contenute verso altri servizi. Si tratta di un pacchetto a dir poco “sostanzioso” per la quantità di dati inglobati, differenziati soprattutto per tipologia. Volendo citarne giusto un paio, è possibile spaziare tra contenuti più tradizionali come il numero di telefono dell’utente, il nome visualizzato, la foto del profilo, i numeri di telefono dei contatti di WhatsApp, i gruppi nei quali si è iscritti o si era iscritti in passato, sino ad arrivare ad informazioni che hanno una natura un po’ più tecnica, vedasi il modello di smartphone utilizzato, l’indirizzo o gli indirizzi IP, la data e l’ora di creazione dell’account, la versione del sistema operativo e della stessa app WhatsApp; non mancano pure dei dati riconducibili alla privacy, come le impostazioni (chi può vedere la foto del profilo e lo stato, i numeri di telefono bloccati, la presenza o meno delle cosiddette spunte blu per la conferma di lettura e i termini di servizio accettati, precisandone pure il giorno e l’orario. Insomma, un bel “malloppone”. Manca invece la scheda relativa ai registri delle chiamate.

E gli altri dati?

Le informazioni riportate sopra rientrano perciò nella piena disponibilità dei server di WhatsApp e dell’intera galassia Facebook. Ma è davvero tutto? Ovviamente non c’è alcun modo per fugare i dubbi e i sospetti, anche se un atteggiamento di senso diverso da parte di WhatsApp si tradurrebbe teoricamente in una (grave) violazione della normativa europea sulla protezione dei dati personali, con tutte le conseguenze connesse.

Oltre al menzionato Regolamento europeo sulla Protezione dei Dati Personali, c’è un altro scudo che protegge la privacy degli utenti e prende il nome di crittografia end-to-end (E2EE) che, di base, impedisce a qualsiasi persona – come pure allo stesso fornitore del servizio, nel caso di specie riconducibile a WhatsApp – di poter avere accesso al contenuto delle conversazioni e ai relativi file scambiati, come ad esempio le immagini od i video. L’app di proprietà di Facebook l’ha introdotta nel 2016 e tale funzione è alla base di molti altri servizi di messaggistica istantanea, come Signal – app divenuta alla ribalta soprattutto quest’anno dopo il turbinio di polemiche relative alle nuove privacy policy di WhatsApp ed apprezzata dagli utenti per il suo particolare interesse verso la sicurezza – e Telegram, che però ha scelto di implementare la cifratura end-to-end soltanto sulle chat segrete.

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