Cosa sta succedendo tra Apple, l’FBI e il presidente Trump

Giuseppe Tripodi - Dopo tre anni dalla strage di San Bernardino, negli Stati Uniti si torna a parlare di un'annosa questione: Apple dovrebbe creare una backdoor sotto richiesta dell'FBI?

La mattina dello scorso 6 dicembre un sottotenente dell’aviazione saudita, Mohammed Alshamrani, ha sparato ed ucciso tre soldati della marina statunitense in una base militare americana a Pensacola, in Florida. Secondo le autorità statunitensi, si è trattato di un attentato terroristico.

Nei giorni scorsi si è tornato a parlare molto di questo caso, che ha riaperto una vecchia disputa tra Apple e le autorità statunitensi. L’FBI ha infatti recuperato due iPhone (di cui uno dell’attentatore) che potrebbero contenere informazioni utili relative all’indagine: i due smartphone, però, sono protetti da password e i dati al loro interno sono criptati, come previsto dal sistema operativo della mela.

Questo ha riacceso un’annosa questione: non è la prima volta che l’FBI chiede ad Apple di creare una backdoor, che permetterebbe alle autorità di accedere ai dati criptati.

Questa complessa richiesta è arrivata dopo settimane di collaborazione: Apple ha infatti risposto subito alle autorità, fornendo tutti i dati richiesti. È doveroso ricordare che, sebbene la società di Cuperitno non possa accedere ai dati criptati contentui su un iPhone, può però decriptare e fornire alle autorità diverse altre informazioni, tra cui i backup su iCloud.

In un lungo comunicato stampa della società, infatti, si legge:

A poche ore dalla prima richiesta dell’FBI del 6 dicembre, abbiamo prodotto un’ampia serie di informazioni associate all’indagine. Dal 7 al 14 dicembre abbiamo ricevuto altre sei richieste legali e in risposta abbiamo fornito informazioni, tra cui backup di iCloud, informazioni sull’account e dati transazionali per diversi account.

Abbiamo risposto tempestivamente ad ogni richiesta, spesso nell’arco di poche ore, condividendo le informazioni con gli uffici dell’FBI di Jacksonville, Pensacola e New York. Le richieste hanno prodotto molti gigabyte di informazioni che abbiamo consegnato agli investigatori. In ogni caso, abbiamo risposto con tutte le informazioni in nostro possesso.

Tuttavia, un mese esatto dopo l’attentato, l’FBI ha nuovamente contattato Apple, comunicando l’esistenza di un secondo iPhone (oltre quello dell’attentatore) e l’impossibilità di sbloccare i due dispositivi.

Apple ha fornito tutti i dati in suo possesso relativi al secondo iPhone, ma questo non è bastato: l’FBI avrebbe infatti richiesto alla società di Cupertino di sbloccare i due dispositivi, creando di fatto una backdoor.

Il rifiuto di Apple ha sollevato una nuova serie di polemiche: lunedì il Procuratore Generale degli Stati Uniti Bill Barr si è scagliato contro l’azienda della mela, sostenendo che la compagnia non avrebbe fornito alcun aiuto concreto alle indagini.

Apple ha immediatamente risposto al Procutratore Genereale con un comunicato stampa (da cui proviene l’estratto citato su e che potete leggere per intero in fondo), segnalando al pubblico che la società ha tempestivamente collaborato con l’FBI fornendo ogni dato in suo possesso.

Tuttavia, come si legge al termine del comunicato, Apple non ha intenzione di cedere alle richieste dell’FBI: secondo l’azienda, creare una backdoor che permetterebbe di accedere agli iPhone, violando la criptazione del sistema, sarebbe un rischio troppo elevato, che metterebbe in pericolo la privacy di tutti.

Al terine del comunicato, infatti, si legge:

Abbiamo sempre sostenuto che non esiste una backdoor solo per i buoni. Le backdoor possono essere sfruttate anche da coloro che minacciano la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dei dati dei nostri clienti. Oggi le forze dell’ordine hanno accesso a più dati che mai nella storia, quindi gli americani non devono scegliere tra indebolire la crittografia e risolvere le indagini. Riteniamo che la crittografia sia di vitale importanza per proteggere il nostro paese e i dati dei nostri utenti.

Nelle ultime ore anche il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è inserito nella discussione, con un tweet in cui si scaglia contro la scelta di Apple.

Vale la pena ricordare che non è la prima volta che Apple si trova ad affrontare una situazione simile: nel 2016 Apple si oppose di creare una backdoor per accedere all’iPhone 5c dell’attentatore di San Bernardino. In quel caso, dopo diverse settimane, l’FBI riuscì a sbloccare l’iPhone in questione con un tool fornito dalla società israeliana Cellbrite, ma non trovò nulla di rilevante all’interno.

In quel caso, tutte le più importanti aziende della Silicon Valley (incluse Google, Microsoft, Amazon e Facebook) e perfino l’ONU presero le difese di Apple, ritenendo legittima la scelta di non creare una backdoor per non minare la privacy di tutti gli utenti.

Non è facile prevedere come si evolverà questa nuova disputa: ovviamente, Apple ha sempre collaborato con le autorità (negli ultimi 7 anni ha risposto a oltre 127.000 richieste di informazioni da parte degli USA), ma si è sempre rifiutata di realizzare una backdoor.

Per chi fosse curioso si conoscere tutti i casi in cui la società di Cupertino ha collaborato con le autorità giudiziarie, ricordiamo che sul sito ufficiale è presente una sezione dedicata alla trasparenza della società, in cui è possibile trovare tutti i report del caso, divisi per paese e per anno.

Di seguito il comunicato stampa compelto di Apple.

Siamo rimasti sconvolti dalla notizia del tragico attacco terroristico contro i membri delle forze armate statunitensi alla stazione aerea navale di Pensacola, in Florida, il 6 dicembre. Abbiamo il massimo rispetto per le forze dell’ordine e lavoriamo regolarmente con la polizia in tutto il Paese per le loro indagini. Quando le forze dell’ordine richiedono la nostra assistenza, le nostre squadre lavorano 24 ore su 24 per fornire loro le informazioni di cui disponiamo.

Rifiutiamo l’affermazione secondo cui Apple non avrebbe fornito un’assistenza sostanziale nell’indagine di Pensacola. Le nostre risposte alle loro numerose richieste dal giorno dell’attacco sono state tempestive, approfondite e sono tuttora in corso.

A poche ore dalla prima richiesta dell’FBI del 6 dicembre, abbiamo prodotto un’ampia serie di informazioni associate all’indagine. Dal 7 al 14 dicembre abbiamo ricevuto altre sei richieste legali e in risposta abbiamo fornito informazioni, tra cui backup di iCloud, informazioni sull’account e dati transazionali per diversi account.

Abbiamo risposto tempestivamente ad ogni richiesta, spesso nell’arco di poche ore, condividendo le informazioni con gli uffici dell’FBI di Jacksonville, Pensacola e New York. Le richieste hanno prodotto molti gigabyte di informazioni che abbiamo consegnato agli investigatori. In ogni caso, abbiamo risposto con tutte le informazioni in nostro possesso.

L’FBI ci ha notificato solo il 6 gennaio che aveva bisogno di ulteriore assistenza – un mese dopo l’attacco. Solo allora siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di un secondo iPhone associato all’indagine e dell’impossibilità dell’FBI di accedere a entrambi gli iPhone. Solo l’8 gennaio abbiamo ricevuto un mandato per informazioni relative al secondo iPhone, al quale abbiamo risposto nel giro di poche ore. La tempestività è fondamentale per accedere alle informazioni e trovare ulteriori opzioni.

Stiamo continuando a lavorare con l’FBI e i nostri team di ingegneri hanno ricevuto di recente una richiesta a fornire ulteriore assistenza tecnica. Apple ha un grande rispetto per il lavoro del Bureau, e lavoreremo indefessamente per aiutarli nell’indagine relativa a questo tragico attacco alla nostra nazione.

Abbiamo sempre sostenuto che non esiste una backdoor solo per i buoni. Le backdoor possono essere sfruttate anche da coloro che minacciano la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dei dati dei nostri clienti. Oggi le forze dell’ordine hanno accesso a più dati che mai nella storia, quindi gli americani non devono scegliere tra indebolire la crittografia e risolvere le indagini. Riteniamo che la crittografia sia di vitale importanza per proteggere il nostro paese e i dati dei nostri utenti.