Il nuovo chip Apple U1 è l’inizio di un mondo Ultra Wideband: ma cosa significa?

Giuseppe Tripodi

All’interno dei nuovi iPhone 11 c’è un un nuovo chip progettato dall’azienda della mela che si chiama Apple U1: durante la presentazione dei nuovi dispositivi non è mai stato esplicitamente nominato ma è solo apparso in una slide. E sul sito ufficiale, dove si accenna alla tecnologia Ultra Wideband (UWB), Apple dice che questo è solo l’inizio. Di che cosa si tratta, e perché questo chip è così importante?

Immaginate questo scenario: uscite da lavoro e, mentre camminate verso l’auto, la serratura di sblocca automaticamente. Pargheggiate nel vialetto di casa e, allontanandovi dalla macchina, questa si chiude da sé. Arrivate alla scrivania e, prima che vi sediate, il PC ha già eseguito il login con il vostro account.

Questi sono solo alcuni esempi di quel che l’Ultra Wideband potrebbe portare nelle nostre vite. La forza di questa tecnologia, infatti, è la capacità di localizzare un dispositivo nello spazio, con una precisione fino a 10 centimetri. A tal proposito, Apple lo descrive come un GPS, ma a misura di salotto.

Per questa ragione, il primo utilizzo previsto dalla mela riguarda AirDrop: con gli iPhone dotati di questa tecnologia, basta puntare lo smartphone verso un altro device con chip U1 per vederlo in cima alla lista dei dispositivi a cui inviare un contenuto.

D’altra parte, è impossibile non pensare al cosiddetto Apple Tag, ossia al presunto tacker della società di cui sono trapelate informazioni alcune settimane fa. Secondo quanto riferito, si tratterebbe di un picoclo oggetto molto simile ai Bluetooth tracker già in commercio (come Tile) e servirà per localizzare l’oggetto a cui è collegato (come un mazzo di chiavi, ad esempio).

Il presunto Apple Tag sarà così: un piccolo disco bianco con il logo Apple in mezzo

L’Ultra Wideband servirà anche a migliorare sensibilmente il funzionamento l’app Find My (chiamata Dov’è, in italiano), che con l’ultimo aggiornamento ad iOS 13 permette di trovare i propri dispositivi grazie anche agli altri utenti Apple che ci passano vicino: in altre parole, iOS crea una “rete” di device che si comunicano vicendevolmente la propria posizione, e che saranno ancora più precisi una volta che U1 sarà un chip più diffuso.

Per localizzare un dispositivo nello spazio con la tecnologia UWB si misura il tempo che passa da quando il chip U1 emette il segnale a quando riceve la risposta del dispositivo da trovare (anch’esso dotato di U1, ovviamente).

Si tratta di qualcosa di molto simile al sistema già utilizzato da Apple per sbloccare automaticamente il MacBook quando è in prossimità di un Apple Watch, ma anche di qualcosa di assimilabile ai Bluetooth tracker che suonano se ci stiamo allontando dal nostro mazzo di chiavi dimenticato dal tavolino del bar.

Tuttavia, ci sono una serie di sostanziali differenze rispetto questi ultimi e rispetto alle potenzialità offerte dai cosiddetti beacon Bluetooth. In primo luogo, questi si basano esclusivamente sulla potenza del segnale: pertanto, la precisione della localizzazione è decisamente meno accurata. Inoltre, i chip Ultra Wideband permettono di crittografare il segnale radio inviato, in modo da evitare eventuali attacchi informatici. Dulcis in fundo, i chip UWB consumano circa un terzo rispetto ad un beacon Bluetooth.

Apple ha anticipato i tempi rispetto al settore, ma è evidente che ci troviamo davanti una tecnologia che potrebbe cambiare molto il mercato tech e il modo in cui interagiamo e ci autentichiamo sui dispositivi.

Molte altre aziende (tra cui Samsung, Sony, Decawave, NXP,Volkswagen, Hyundai, Jaguar, Land Rover e Bosch) hanno iniziato a lavorare con la tecnologia Ultra Wideband, dando vita a due (sì, due – purtroppo) consorzi che vorrebbero creare uno standard, la UWB Alliance e il FiRa Consortium (FiRa sta per fine ranging). Attualmente, Apple non è in nessuno dei due gruppi, che verosimilmente dovranno lavorare insieme per creare perfezionare questa tecnologia e creare uno standard condiviso.

Fonte: CNET, SixColors
  • Pietrosan

    La legge non vieta l’uso della parola italiana dispositivo al posto della parola inglese device.

    • peppeuz

      Le buone norme della scrittura, però, suggeriscono di evitare ripetizioni.

      Se ci fai caso, le uniche due volte in cui ho scritto device è stato per evitare di ripetere la parola dispositivo, utilizzata poco prima.

      • Pietrosan

        Le buone norme della scrittura suggeriscono di evitare ripetizioni di soggetto o complemento oggetto nella stessa frase, a meno di usare la virgola per separare i periodi.

        Per esempio, in questa tua frase «Per localizzare un dispositivo nello spazio con la tecnologia UWB si misura il tempo che passa da quando il chip U1 emette il segnale a quando riceve la risposta del dispositivo da trovare (anch’esso dotato di U1, ovviamente).» il soggetto dispositivo viene sì ripetuto, ma non è illecito; è comunque ripetuto nella stessa frase, ma sarebbe bastato dare la giusta pausa di lettura inserendo la virgola (che effettivamente manca), tra il soggetto iniziale e il predicato. Quindi: «Per localizzare un dispositivo nello spazio con la tecnologia UWB [virgola] si misura il tempo…»

        In ogni modo, le buone norme della scrittura non indicano da nessuna parte di usare inglesismi per evitare ripetizioni, mentre usare sinonimi nella stessa frase non è nemmeno consigliabile perché induce a un altro errore; in pratica, iniziare un periodo con un soggetto e continuarlo con il suo sinonimo, sposta l’attenzione sul secondo inducendo a credere che si parli di un altro soggetto, obbligando il lettore a rileggere la frase.

        Il punto è che l’italiano viene continuamente martoriato, e non si capisce il perché.

        Fermo restando che esistono inglesismi che fanno ormai parte della lingua parlata, fermo restando che, nel mondo della tecnologia, esistono neologismi inglesi non traducibili in italiano, non è obbligatorio usare inglesismi quando la lingua italiana, anzi, la lingua principale del testo scritto prevede il suo vocabolo omonimo.

        Chi scrive e pubblica qualsiasi articolo, dovrebbe sentire la responsabilità di condividere la buona lingua e il buon parlato.

        Sbaglio?