Usare lo smartphone non aumenta il rischio di tumori

Roberto Artigiani - Lo dice l'ultimo rapporto Istisan sull'esposizione continua alle radiofrequenze che smentisce anche l'impatto di Wi-Fi e 5G, ma rimangono da indagare alcune aree

L’uso del telefono cellulare per lunghi periodi (10+ anni) non aumenta il rischio di contrarre neoplasie maligne (glioma) o benigne (meningiomi, neuromi acustici, tumori dell’ipofisi o delle ghiandole salivari), quindi gli standard di protezione attuali sono adeguati. È questa in estrema sintesi la conclusione della meta-analisi svolta dall’Istituto Superiore di Sanità e realizzata da esperti di diverse agenzie italiane (Iss, Arpa-Piemonte, Enea, Cnr-Irea). I dati attuali però non permettono di comprendere il rischio di tumori a lenta crescita (intra-cranici) e l’impatto dell’uso delle nuove tecnologie sin dall’infanzia.

Nonostante l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro avesse classificato le radiofrequenze come “possibili cancerogene” l’analisi, che ha preso in esame studi realizzati nel periodo 1999-2017, non rileva alcuna correlazione. Anche i casi che in precedenza avevano affermato il contrario, se valutati in un contesto temporale più ampio, evidenziano che l’andamento generale non ha risentito dell’aumento dell’esposizione. Questo studio, finalizzato all’aggiornamento professionale degli specialisti del Servizio Sanitario Nazionale e del Sistema Nazionale di Protezione, si autodefinisce più preciso perché prende in esame un numero maggiore di casi.

L’Istisan chiarisce comunque che la maggior parte delle radiazioni che assorbiamo quotidianamente deriva proprio dall’uso dello smartphone. Tuttavia l’efficienza della Rete è un fattore determinante perché tanto maggiore è la copertura della stazione radio più vicina tanto minori sono le emissioni del telefono. In ogni caso la potenza media per chiamata di un dispositivo connesso in 3G o 4G è inferiore di 100-500 volte ai vecchi telefoni collegati in 2G. L’uso degli auricolari e del vivavoce poi comporta ulteriori drastiche riduzioni dell’irraggiamento.

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Infine, sfatato il mito dello stand-by: in questa modalità i segnali emessi sono molto brevi e avvengono a intervalli piuttosto dilatati, quindi trascurabili. Qualcosa di simile vale anche per il Wi-Fi che è caratterizzato da basse potenze e cicli intermittenti per cui produce esposizioni a livelli molto inferiori agli attuali limiti di legge.

E il 5G? Anche se non è possibile prevedere l’impatto di un sistema che deve ancora realizzarsi e che potrebbe trovare nell’IoT grande espansione, se è vero che le emittenti aumenteranno è anche vero che le loro potenze medie saranno inferiori agli impianti attuali.

L’analisi si conclude con il rimando ad altri studi in corso, che dovrebbero permettere di chiarire le incertezze residue, e alle ricerche portate avanti dall’OMS, che aggiorneranno le valutazioni di tutti i rischi per la salute legati all’esposizione a radiofrequenze.

Via: LaRepubblica, CorCom