Il New York Times punta il dito contro la facile condivisione di informazioni personali ricavate dalla posizione

Nicola Ligas

Una lunga (e graficamente molto appagante) inchiesta del The New York Times evidenzia come la condivisione della posizione degli utenti avvenga ancora con scarsa trasparenza, e come questi dati possano facilmente essere utilizzati per ricavare ulteriori informazioni personali, da vendere poi al miglior offerente.

Uno degli esempi illustrati è piuttosto emblematico. Osservando il percorso quotidiano compiuto da un “anonimo” smartphone, è stato facile ricavare il nome del suo proprietario, tale Lisa Magrin, e seguirla poi nella sua vita quotidiana: dalla visita al dermatologo a quella al nutrizionista, dalla passeggiata col cane, fino alla casa del suo ex fidanzato; ed è inutile sottolineare che Ms. Magrin non ha gradito che dettagli anche intimi della sua vita siano così facilmente accessibili a terze parti, per di più senza che lei ne sia minimamente a conoscenza.

Secondo i dati in possesso del Times, la sua posizione è stata registrata in media una volta ogni 21 minuti in un periodo di 4 mesi, e tutti i dati ricavati sono stati conservati. E come lei tante altre persone sono state tracciate anche un bambino che ogni giorno si recava a scuola. Non vengono cioè seguite specifiche persone, ma al contempo osservando in modo prolungato le loro abitudini è anche facile risalire alla relativa identità, anche in una città affollata come New York.

Il Times ha testato 20 app, sia iOS che Android. 17 di queste hanno inviato la posizione esatta degli utenti a circa 70 aziende. Un’app in particolare, WeatherBug per iOS, ha condiviso informazioni con 40 compagnie. Le app sul meteo sono infatti un bersaglio molto facile, dato che tutte chiedono facilmente accesso alla posizione per fornire previsioni più efficaci, ma non tutte sono trasparenti circa l’uso che fanno di questi dati.

Anche Weather Channel, di proprietà di una sussidiaria di IBM, ha analizzato i dati forniti dai suoi utenti non solo per fornire loro previsioni mirate, ma anche per un fondo d’investimento pubblicizzato sul sito dell’azienda stessa; il tutto senza che gli utenti ne fossero consapevoli.

Insomma, la morale di fondo è che, se tenete alla vostra privacy, vale la pena controllare quante e quali app hanno accesso alla posizione del vostro telefono. Sia Android che iOS permettono di farlo facilmente dalle impostazioni, e sfoltire il numero di app non essenziali potrebbe non essere una cattiva idea, anche perché col tempo si tende a dimenticarsi quante autorizzazioni abbiamo dato.

Via: 9to5mac
  • Pol Pastrello

    Il grande fardello!

  • never8

    E’ ovvio. L’elettronica è un guinzaglio tecnologico. Quanto è lungo il cavo lo decide chi sta dalla parte del server. Servirebbero normative specifiche che prevedano l’impossibilità di commercializzazione di prodotti che abbiano caratteristiche traccianti. Solo che il guinzaglio interessa pure ai decisori di normative e per altro lato quei decisori sono aiutati a diventare tali (decisori che spesso sono legislatori o amministratori pubblici) e sempre più facilmente da chi ha i server …

    Viviamo in case di vetro ormai. E fateci però caso, il potere quello vero non ama foto, non rilascia interviste, l’opacità è una delle sue forze come la nostra trasparenza è un altra.